Ci sono mattine in cui mi sveglio con una voglia strana: non voglio sapere niente.
Niente del prezzo del gas, niente di chi ha vinto le elezioni.
Solo il desiderio di silenzio, di tempo che scorra piano, di pedalare senza una meta precisa.
Quella libertà che non si trova nei grandi gesti, ma in quei piccoli no quotidiani: non accendere il cellulare, non aprire il portafoglio, non controllare il saldo in banca.
Mi immagino allora in un parcheggio di terra battuta, ai margini di un bosco.
Una roulotte che profuma di legno e pane tostato, una bicicletta appoggiata al rimorchio come un cavallo che si riposa.
Fuori, il mondo corre, spinge, compra.
Dentro, io galleggio.
Non ho obiettivi, ma ho scopi.
Non ho scadenze, ma ho mattine.
Ogni giorno inizia con un gesto semplice: srotolo una cartina, passo il dito su una strada che non conosco e penso “oggi vado lì”.
Poi la bici fa il resto: assorbe i pensieri, restituisce silenzi.
Ogni salita è un ricordo che torna, ogni discesa un pensiero che si dissolve.
Vivere così – anche solo per un po’ – mi ha insegnato che la libertà non è gratis, ma costa meno di quello che pensiamo.
Costa lasciare andare aspettative, convenzioni, abbonamenti inutili.
Costa imparare a fidarsi del giorno che arriva.
A volte mi manca quella essenzialità.
Qui, dentro un appartamento che non sento davvero mio, con il frigorifero pieno di cose inutili e il cuore un po’ vuoto, penso alla roulotte che non ho mai comprato.
Alla vita che non ho vissuto per paura di perdermi qualcosa – e che invece era proprio lì, nel perdersi.
Allora esco, prendo la bici e vado.
Non ho una roulotte, ma ho due ruote e una direzione.
Ogni chilometro è un piccolo tradimento al sistema, un atto di ribellione dolce.
Forse non vivo come vorrei, ma ogni tanto riesco a sfiorare quel sogno, anche solo con la punta delle dita.
E ti giuro… basta poco.
Una strada sterrata, un cielo infinito, il rumore dei giornali non letti.
E sembra già libertà.

