🔧 Prima di partire:
C’è un giorno, prima del viaggio, che ha un sapore tutto suo. È il giorno della ciclofficina.
Non quello dove aggiusti al volo una foratura o regoli due viti in fretta e furia. No, quello vero.
Quello che dedichi solo alla tua bici, come fosse un’amica che ti accompagnerà in un lungo cammino.
Il giorno in cui senti che qualcosa sta per iniziare.
Mi sveglio presto, anche se non c’è un treno da prendere.
Oggi si va in ciclofficina: attrezzi sul banco, mani che odorano già di grasso e lanolina, musica in sottofondo, e la compagnia giusta — quella fatta di battute, consigli e chiacchiere con chi sa che una bici non è solo un mezzo, ma un’estensione di te.
La bici è lì, impolverata ma fiduciosa. Inizio dalla trasmissione: smonto, pulisco, ingrasso.
Ogni giro di pignone è una memoria che riaffiora: “qui salivo tra i calanchi”, “lì ho bucato sotto la pioggia”, “questa catena ha resistito all’Appennino”.
Poi i freni, la pressione delle gomme, il controllo dei raggi. Il movimento centrale gira bene? Sì. E il portapacchi? Stretto, saldo, pronto a portarsi dietro sogni, tende e pasta in busta.
A metà giornata, la pausa è sacra.
Griglia improvvisata, arrosticini fumanti, una birra fredda. Si mangia seduti su copertoni vecchi, si ride, si litiga sul diametro

dei rotori o sull’efficacia dei copertoni tubeless.
Ma si capisce che è questo il vero prologo del viaggio: comunità, gesti, riti. Poi si torna al banco.
Monto le borse, faccio un test ride nel parcheggio, regolo la sella.
Lei è pronta. Io, quasi. E mentre torno a casa con le mani nere e il cuore più leggero, penso che partire non è mai solo una fuga o un’avventura.
È un atto d’amore. Anche per la bici.
E ogni viaggio che si rispetti, comincia con un arrosticino in una mano e una brugola nell’altra.

