Pedalavo da ore tra i pascoli della Tuscia, in quella campagna che sembra sospesa nel tempo. Le mucche mi guardavano calme, gli alberi sembravano assorti nei loro pensieri, e io, pedalando assorto come in preghiera, cercavo qualcosa che ancora non sapevo definire.
La strada era bianca e ghiaiosa, interrotta qua e là da sentieri che si perdevano tra gli ulivi. Avevo spento il telefono e lasciato la fretta lontano, forse in quella vita frenetica che ogni tanto mi richiama quando torno in città.
Poi, all’improvviso, l’ho visto.
In mezzo a un prato, da solo, inginocchiato in direzione opposta a tutto. Le mani appoggiate a terra, la fronte che sfiorava la polvere, gli occhi chiusi in un gesto antico come il vento.

17548276700953735581397429362364 Incontro in Tuscia

Era un uomo magro, con una giacca leggera, troppo leggera per la stagione, e uno zaino piccolo, come se volesse portare con sé solo l’essenziale, o forse neanche i ricordi. Probabilmente un migrante, un viandante come me, ma con meno scelte e più cicatrici.
Non so cosa stesse chiedendo al suo Dio. Forse un lasciapassare, un abbraccio, un pezzo di pane. O forse solo che quel giorno finisse bene, o che ne iniziasse uno migliore.
Mi sono fermato in silenzio. Il rumore della mia bici si è fatto rispetto. Ho pensato a quanto siano diversi i nostri viaggi: io scelgo la mia libertà, lui la vede negata. Io pedalo per perdermi, lui cammina per salvarsi.
Non ci siamo parlati. Ci siamo solo guardati per un attimo, mentre lui si alzava e si spolverava i pantaloni. Mi ha fatto un piccolo cenno con la testa, io gli ho risposto con un sorriso senza denti.
Poi ognuno ha ripreso la sua strada: lui verso il niente o il tutto, io verso un borgo che avrei fotografato distrattamente.
Ma da quel giorno porto con me quella preghiera silenziosa, quella direzione sacra, quel gesto che ci ricorda che siamo solo ospiti, di passaggio, sotto lo stesso cielo.
E quando mi chiedono perché viaggio in bici, perché vado piano, perché cerco strade che sembrano non portare da nessuna parte… penso a lui, al suo zaino leggero, e alla dignità di pregare con la fronte nella polvere, anche quando il mondo intero ti passa accanto senza fermarsi.

 

Di Paco Pignone

Sono un cicloesploratore per scelta di vita: un po’ meccanico, un po’ narratore, un po’ testardo. Vado in bicicletta per spostarmi, ma anche per restare. Per ascoltare il mondo da vicino, per scomporlo in tappe, per capirlo pedalata dopo pedalata. Scappo dall’ovvio, devio dalle rotte turistiche, mi infilo tra le crepe dell’asfalto dove si nascondono storie dimenticate, resistenze quotidiane, bellezze che non si vedono a motore acceso.

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