(un Natale di rinascita?, la festa che ci somiglia)

Come ogni anno ci auguriamo pace e amore. Li diciamo con la stessa leggerezza con cui si lancia un “buona giornata” tra un caffè e una notifica. Eppure appena lo pronuncio mi viene da sorridere amaro: a trovarle, ste cose. Dove stanno quando non è tempo di lucine?

C’è un momento preciso, di solito, in cui me ne accorgo: quando la casa è piena, la tavola pure, eppure nell’aria c’è qualcosa che non si riesce a nominare. Una specie di tensione lieve. Non esplode, ma vibra. Uno parla e l’altro ascolta a metà. Si ride, ma con un occhio che controlla. Si abbraccia, però in fretta. Come se fossimo tutti presenti e, allo stesso tempo, un po’ altrove.
Siamo diventati bravi a vivere in difesa. Chiusi come ricci, con gli aculei pronti. Non perché siamo cattivi per natura: perché siamo stanchi. Perché ci sentiamo sotto assedio anche quando non lo siamo. E allora ci proteggiamo. Ma a forza di proteggerci finiamo per pungerci: prima gli altri, poi noi stessi.

Il paradosso è che la festa che dovrebbe somigliare alla condivisione spesso somiglia alla recita. Non per ipocrisia “volontaria”, non sempre almeno. Più per abitudine. Perché abbiamo imparato a fare bene le cose “che si fanno”: i regali, il pranzo, le foto, i brindisi. E meno bene le cose che non fanno scena: stare davvero.
In mezzo a tutto questo, girano parole grandi come pacchi regalo: pace, amore, famiglia, unione. Parole che dovrebbero scaldare e invece a volte fanno l’effetto contrario, come certe coperte sintetiche: sembrano morbide, ma non tengono caldo. Restano lì, decorative. Le indossi un giorno e poi torni a vivere come prima.
E intanto, fuori dal salotto, ci sono muri. Di indifferenza, egoismo, cattiveria. E dentro al salotto non siamo immuni: spesso i muri li portiamo in tasca. A volte li chiamiamo “carattere”. A volte “sincerità”. A volte “realismo”. Ma sono mura lo stesso.

C’è anche un’altra cosa che mi colpisce sempre di più: la saccenteria del non sapere ostentato come saggezza. Quella sicurezza piena di slogan, quel tono definitivo: “tanto è tutto inutile”, “sono tutti uguali”, “la vita è questa”, “io dico quello che penso”. Frasi che suonano forti. Ma sotto, spesso, ci trovo fragilità. Paura di essere fregati. Paura di ammettere che qualcosa ci tocca. Paura di sembrare ingenui. E allora meglio fare gli impermeabili. Peccato che, a forza di impermeabili, non entra più niente: né dolore né gioia.

È lì che la festa diventa opulenza: una piena che non riempie. Cibo, luci, cose, rumore. Un’abbondanza che dura quanto dura la digestione. Poi si consuma, si spegne, si piega. E quando finisce, resta quel vuoto spettrale che conosciamo bene: ombre nelle stanze, silenzi troppo lunghi, e la sensazione che ci siamo sfiorati senza incontrarci davvero.

E io non lo dico da giudice. Lo dico da persona che ci cade. Perché pure io mi chiudo. Pure io metto gli aculei. Pure io, certe volte, confondo la distanza con la protezione. È più semplice così. È meno rischioso. Ma è anche più sterile.
Forse il problema è che pace e amore li trattiamo come emozioni da desiderare, come atmosfera natalizia, come “sentimento bello” che dovrebbe scendere dal cielo. In realtà sono azioni piccole e scomode, quasi artigianali. Non hanno niente di spettacolare:
Pace è non fare l’affondo quando potresti farlo.
Pace è respirare prima di rispondere.
Pace è ascoltare senza preparare la contro-argomentazione.
Amore è presenza, non pacchetti.
Amore è tempo, non foto.
Amore è riparare: chiedere scusa senza aggiungere “però”.
Sono cose minuscole, sì. Ma vere. E soprattutto: non le fai quando ti conviene. Le fai quando ti costa.

E allora, quando mi viene da dire “tanta pace e tanto amore”, provo a farmi una domanda più onesta: non “dove si trovano?”, ma dove posso iniziare a farli esistere? Non nel mondo intero, che è enorme e fa paura. Nel metro quadrato intorno a me. Nella persona che ho davanti. Nel modo in cui scelgo di guardare, rispondere, passare oltre o restare.

Magari non cambierà tutto. Magari saremo ancora ricci, a tratti. Ma anche i ricci, ogni tanto, si ammorbidiscono. Basta una crepa nel muro. E dalle crepe, a volte, entra aria.
Buone feste, sì. Ma con una richiesta laica, senza retorica: che gli auguri smettano di essere un alibi. Che diventino un inizio. Anche piccolo. Anche imperfetto. Anche oggi.

Di Paco Pignone

Sono un cicloesploratore per scelta di vita: un po’ meccanico, un po’ narratore, un po’ testardo. Vado in bicicletta per spostarmi, ma anche per restare. Per ascoltare il mondo da vicino, per scomporlo in tappe, per capirlo pedalata dopo pedalata. Scappo dall’ovvio, devio dalle rotte turistiche, mi infilo tra le crepe dell’asfalto dove si nascondono storie dimenticate, resistenze quotidiane, bellezze che non si vedono a motore acceso.

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