È il sesto giorno di viaggio e lasciamo Padova con il cuore pieno d’arte e il corpo ben riposato dalla giornata di pioggia. La direzione è chiara: verso i Colli Euganei, lungo il suggestivo Cammino di Sant’Antonio, che da secoli guida pellegrini e viandanti alla ricerca di un orizzonte più spirituale, ma che oggi accoglie anche noi, ciclo-erranti moderni in cerca di bellezza e silenzi.



L’uscita da Padova è tranquilla, quasi rilassata. I chilometri scorrono veloci lungo strade secondarie e ciclabili ben segnalate, immerse in un paesaggio agricolo ordinato, con case sparse, campi di granturco e filari. È il fiume Bacchiglione a farci da guida: serpeggia silenzioso accanto alla nostra strada, a tratti largo e lento, a tratti incassato tra gli argini erbosi.


Attraversiamo Battaglia Terme, una piccola perla fluviale dove l’acqua è protagonista assoluta. Il Castello del Catajo si staglia elegante, mentre le chiuse e i canali raccontano l’ingegnosità idraulica della Serenissima. Qui l’atmosfera cambia: si entra nella dimensione collinare, e i Colli Euganei cominciano a farsi vedere, come sentinelle che si alzano dalla pianura, verdi e accoglienti.

🚴♀️ La strada comincia a diventare leggermente ondulata. Niente di troppo impegnativo, ma abbastanza da rendere la pedalata più dinamica. Oggi è domenica, giorno sacro per i ciclisti veneti, quelli veri, quelli in divisa da team, con bici da corsa leggere come piume e polpacci scolpiti. Ce ne sono ovunque.

Un piccolo tratto sterrato lungo l’argine del fiume, silenzioso e avvolto da salici e canneti, ci riporta in una dimensione più selvaggia. Qui il Cammino di Sant’Antonio si fa meditativo, invita al silenzio e all’osservazione. È facile immaginare il frate in sandali che attraversa questi luoghi con passo lento e occhi profondi. Ci sentiamo anche noi un po’ pellegrini, anche se la nostra “penitenza” sono più che altro i chilometri nelle gambe.

Arriviamo infine a Monselice, che ci accoglie con il suo fascino medievale e il suo castello arroccato. È qui che decidiamo di fermarci. Una panchina vista colli, una bibita fresca e il sole che comincia a calare dietro le alture: una ricompensa perfetta per una tappa di vera connessione con il territorio.



La direzione ora è Rovigo, più a sud, e il paesaggio cambia ancora. Dai colli Euganei si ritorna lentamente alla pianura padana, dove la terra si fa piatta, l’orizzonte si allarga e i campi coltivati si distendono a perdita d’occhio. È un tratto che può sembrare monotono, ma in realtà, a passo di bicicletta, ogni dettaglio racconta qualcosa: una cascina antica, un’edicola votiva, un’osteria di paese, i ritmi delle persone che lavorano la terra.
La strada è tranquilla, spesso secondaria, ideale per chi cerca il piacere di pedalare senza fretta. Il traffico è scarso e i pochi automobilisti ci rispettano: qui la bici è parte della cultura locale, forse anche perché tanti usano la bici ogni giorno, per andare a lavorare nei campi, nei piccoli artigianati, o semplicemente per spostarsi tra una frazione e l’altra.



A ogni pedalata si respira quella ruralità autentica del Veneto sudorientale, con i suoi profumi di erba tagliata, di terra bagnata dalla pioggia del giorno prima, e quella luce gialla e obliqua del pomeriggio estivo che accarezza i campi. Ci fermiamo ogni tanto per bere, per fare una foto, per goderci quel silenzio pieno di suoni minimi: il vento, le cicale, il fruscio delle foglie.

Rovigo si avvicina piano piano, annunciata dall’Adige e da qualche cartello stradale. Non è una città che finisce spesso sulle guide turistiche, ma proprio per questo conserva un’anima discreta e genuina. Il centro storico è raccolto, elegante, con le sue piazze larghe, i portici e le torri medievali. Quando arriviamo, il sole è ancora alto, ma già più mite. La città ci accoglie con la sua atmosfera placida e ordinata: è il posto giusto per chiudere una giornata di viaggio tra ciclabili, colline e campagne.






È qui, a Rovigo, che si chiude il nostro piccolo grande viaggio. Una manciata di giorni intensi, tra fiumi e lagune, città d’arte e borghi dimenticati, strade secondarie e ciclabili sospese. È qui che, dopo l’ultima pedalata, salutiamo questa terra generosa, umida, verde, agricola, a tratti selvaggia e sempre sorprendente.
Ci resta il silenzio dei canali, le barche ferme nelle darsene, le chiacchiere scambiate sotto i portici, il profumo di pesce fritto e quello della terra bagnata dalla pioggia. Ci resta il passo lento, la compagnia discreta dei fenicotteri e quella chiassosa dei ciclisti della domenica, le bici cariche che scricchiolano, le ruote che girano, il vento che ci accarezza la faccia mentre si pedala verso una direzione che è sempre, in fondo, più interiore che geografica.
Domattina il treno ci riporterà a Roma. E sarà un ritorno fisico, ma non mentale. La testa resterà un po’ lì, tra i riflessi della laguna e la voce della signora di Pellestrina che ci raccontava della Madonna dell’Apparizione, tra le curve del Sile e i filari d’alberi della Treviso-Ostiglia.
E mentre il finestrino del treno ci restituirà, metro dopo metro, la città, già sentiamo il richiamo della prossima partenza. Perché ogni ritorno è solo una sosta tra due partenze.
🎒 A presto, Vacanzella. A presto, Nordest.
Le bici sono pronte. E noi anche.

