
Il risveglio è lento, quasi meditativo. Dopo giorni di mare, laguna e fiume, oggi ci attende un paesaggio diverso, più interno, più “terra” che acqua, ma non per questo meno affascinante.
Saliamo in sella con una meta precisa: Padova. Ma lo faremo nel modo più dolce e scorrevole possibile, imboccando uno dei percorsi ciclabili più belli del Veneto: la ciclabile della Treviso-Ostiglia, ricavata sull’ex tracciato ferroviario militare dismesso. Una ferrovia che un tempo collegava due mondi (la pianura padana e il fronte), oggi diventata una lingua d’asfalto verde e silenziosa, perfetta per i viaggiatori a pedali.




Una volta lasciato il centro di Treviso, ci immergiamo quasi subito in questo tunnel vegetale: una linea retta che taglia la campagna veneta con una regolarità quasi ipnotica. Gli alberi ai lati — fitti, alti, generosi — creano un tetto naturale che ci regala ombra e frescura, mentre ai bordi della ciclabile si aprono scorci di campi coltivati, casolari, orti, filari di vite e granturco che ondeggia al vento.
La sensazione è quella di essere su una strada sospesa, una linea del tempo alternativa, dove si può pedalare
senza pensare troppo, lasciando andare le gambe e facendo spazio ai pensieri.
Lungo il percorso troviamo diversi punti di sosta: fontanelle, aree picnic, piccoli bar rurali dove è quasi obbligatorio fermarsi per una birretta, un caffè o un panino col soppressa. Il tempo scorre lento, e noi con lui.
La stanchezza si fa sentire appena, perché l’andatura è stata fluida, continua, senza fretta né sforzi eccessivi.




All’uscita della ciclabile Treviso-Ostiglia, proprio mentre le ruote cominciano a scricchiolare sull’asfalto caldo e sporco di campagna, decidiamo di fare una piccola sosta a Camposampiero. Poco prima del centro, troviamo un piccolo ristoro gestito da una signora gentile dal sorriso largo e le mani esperte. Il suo chiosco sembra una di quelle stazioni di servizio per ciclisti dove l’accoglienza è semplice, ma genuina. Ci sediamo su panche di legno un po’ storte e ordiniamo un panino con la soppressa veneta e una birretta gelata. Mentre mangiamo, la signora ci avvisa:
“Occhio che tra poco ve becche el temporale grosso… ve convien spicciarve a rivar in paese.”
Alziamo lo sguardo: in lontananza, nuvoloni grigi si stanno impadronendo del cielo, e i primi brontolii di tuono cominciano a farsi sentire. L’aria cambia, l’umidità sale, le foglie iniziano a muoversi con quel vento inquieto che precede la pioggia seria.
Beviamo in fretta, ringraziamo per le indicazioni e ci rimettiamo in marcia. Il cielo ormai è una tela scura, e mentre cerchiamo di guadagnare qualche minuto, sentiamo le prime gocce.


Siamo fortunati: proprio all’ingresso del centro di Camposampiero troviamo un portico – uno di quei portici veneti larghi, silenziosi, che sembrano costruiti apposta per riparare viandanti e cicloviaggiatori. Smontiamo dalle bici in fretta e ci infiliamo lì sotto giusto in tempo.
Il temporale scoppia con forza, violento, deciso. Fulmini e tuoni si alternano come in un’opera teatrale. Le strade si svuotano, il cielo si apre, la pioggia scroscia. E in quel momento, sotto quel portico, mentre il mondo si lava via, ci sentiamo incredibilmente vivi.


Passato il temporale, la terra profuma di fresco e le ruote scorrono leggere su strade ancora umide. Ci rimettiamo in cammino, direzione Padova, seguendo ora la ciclabile dei Musoni e dei Sassi. È un tratto sorprendente, dove acqua e pietra si incontrano lungo un percorso che alterna canali, prati, piccoli borghi e tratti più urbani ma ancora pedalabili. La pioggia ha lasciato pozzanghere che riflettono il cielo finalmente riaperto, e noi pedaliamo con passo deciso, ma senza fretta, con ancora negli occhi il ricordo del portico salvifico di Camposampiero. La ciclabile si snoda tra campagna e periferia, silenziosa e poco trafficata, ed è proprio questo a regalarci un’ultima ora di pace prima del caos cittadino. Perché quando cominciamo a entrare nel cuore pulsante di Padova, la musica cambia.





Padova non è propriamente “bike friendly” nel senso romantico del termine, ma resiste e si lascia attraversare, se sai leggerla e hai pazienza. E alla fine, come sempre, arriviamo.
Giungiamo alla Casa del Pellegrino, la nostra dimora per la notte. Il nome è già tutto un programma: un luogo di sosta, di ristoro, di tregua per chi viaggia con spirito lento. Le bici vengono sistemate con cura, noi ci concediamo una doccia lunga e rigenerante, e finalmente possiamo pensare alla parte più conviviale del viaggio: la cena.





Questa sera si va all’Osteria dell’Anfora, nome che già evoca tavole imbandite, caraffe di vino e risate.
Un’osteria vera, senza fronzoli, dove ci aspettano i sapori della tradizione veneta: bigoli al ragù d’anatra, baccalà mantecato, sarde in saor, polenta morbida, magari una “figassa” finale e un bicchiere di Raboso o di Serprino.
Seduti a tavola, con i muscoli stanchi e il cuore pieno, ripassiamo la giornata come un film. I chilometri, il temporale, la fuga verso il portico, i paesaggi silenziosi, l’ingresso faticoso in città. Tutto ha avuto un senso. E ora, con un cucchiaio di tiramisù in mano, possiamo dirlo: è stata un’altra splendida tappa di questa Vacanzella.
Domani ci aspetta un nuovo orizzonte.
Ma per stasera, brindiamo alla strada fatta e alla bellezza della lentezza.


