image_editor_output_image1684954962-17541397145706459794474907928956 Vacanzella – Giorno 4:  Verso Padova lungo la ciclabile Treviso-Ostiglia, tra ombra, campagna e meraviglia silenziosa

Il risveglio è lento, quasi meditativo. Dopo giorni di mare, laguna e fiume, oggi ci attende un paesaggio diverso, più interno, più “terra” che acqua, ma non per questo meno affascinante.

Saliamo in sella con una meta precisa: Padova. Ma lo faremo nel modo più dolce e scorrevole possibile, imboccando uno dei percorsi ciclabili più belli del Veneto: la ciclabile della Treviso-Ostiglia, ricavata sull’ex tracciato ferroviario militare dismesso. Una ferrovia che un tempo collegava due mondi (la pianura padana e il fronte), oggi diventata una lingua d’asfalto verde e silenziosa, perfetta per i viaggiatori a pedali.

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Una volta lasciato il centro di Treviso, ci immergiamo quasi subito in questo tunnel vegetale: una linea retta che taglia la campagna veneta con una regolarità quasi ipnotica.  Gli alberi ai lati — fitti, alti, generosi — creano un tetto naturale che ci regala ombra e frescura, mentre ai bordi della ciclabile si aprono scorci di campi coltivati, casolari, orti, filari di vite e granturco che ondeggia al vento.
  La sensazione è quella di essere su una strada sospesa, una linea del tempo alternativa, dove si può pedalare

senza pensare troppo, lasciando andare le gambe e facendo spazio ai pensieri.

Lungo il percorso troviamo diversi punti di sosta: fontanelle, aree picnic, piccoli bar rurali dove è quasi obbligatorio fermarsi per una birretta, un caffè o un panino col soppressa. Il tempo scorre lento, e noi con lui.
La stanchezza si fa sentire appena, perché l’andatura è stata fluida, continua, senza fretta né sforzi eccessivi.

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All’uscita della ciclabile Treviso-Ostiglia, proprio mentre le ruote cominciano a scricchiolare sull’asfalto caldo e sporco di campagna, decidiamo di fare una piccola sosta a Camposampiero. Poco prima del centro, troviamo un piccolo ristoro gestito da una signora gentile dal sorriso largo e le mani esperte. Il suo chiosco sembra una di quelle stazioni di servizio per ciclisti dove l’accoglienza è semplice, ma genuina. Ci sediamo su panche di legno un po’ storte e ordiniamo un panino con la soppressa veneta e una birretta gelata. Mentre mangiamo, la signora ci avvisa:
“Occhio che tra poco ve becche el temporale grosso… ve convien spicciarve a rivar in paese.”
Alziamo lo sguardo: in lontananza, nuvoloni grigi si stanno impadronendo del cielo, e i primi brontolii di tuono cominciano a farsi sentire. L’aria cambia, l’umidità sale, le foglie iniziano a muoversi con quel vento inquieto che precede la pioggia seria.

Beviamo in fretta, ringraziamo per le indicazioni e ci rimettiamo in marcia. Il cielo ormai è una tela scura, e mentre cerchiamo di guadagnare qualche minuto, sentiamo le prime gocce.

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Siamo fortunati: proprio all’ingresso del centro di Camposampiero troviamo un portico – uno di quei portici veneti larghi, silenziosi, che sembrano costruiti apposta per riparare viandanti e cicloviaggiatori. Smontiamo dalle bici in fretta e ci infiliamo lì sotto giusto in tempo.

Il temporale scoppia con forza, violento, deciso. Fulmini e tuoni si alternano come in un’opera teatrale. Le strade si svuotano, il cielo si apre, la pioggia scroscia. E in quel momento, sotto quel portico, mentre il mondo si lava via, ci sentiamo incredibilmente vivi.

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Passato il temporale, la terra profuma di fresco e le ruote scorrono leggere su strade ancora umide. Ci rimettiamo in cammino, direzione Padova, seguendo ora la ciclabile dei Musoni e dei Sassi. È un tratto sorprendente, dove acqua e pietra si incontrano lungo un percorso che alterna canali, prati, piccoli borghi e tratti più urbani ma ancora pedalabili. La pioggia ha lasciato pozzanghere che riflettono il cielo finalmente riaperto, e noi pedaliamo con passo deciso, ma senza fretta, con ancora negli occhi il ricordo del portico salvifico di Camposampiero. La ciclabile si snoda tra campagna e periferia, silenziosa e poco trafficata, ed è proprio questo a regalarci un’ultima ora di pace prima del caos cittadino. Perché quando cominciamo a entrare nel cuore pulsante di Padova, la musica cambia.

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Padova non è propriamente “bike friendly” nel senso romantico del termine, ma resiste e si lascia attraversare, se sai leggerla e hai pazienza. E alla fine, come sempre, arriviamo.
Giungiamo alla Casa del Pellegrino, la nostra dimora per la notte. Il nome è già tutto un programma: un luogo di sosta, di ristoro, di tregua per chi viaggia con spirito lento. Le bici vengono sistemate con cura, noi ci concediamo una doccia lunga e rigenerante, e finalmente possiamo pensare alla parte più conviviale del viaggio: la cena.

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Questa sera si va all’Osteria dell’Anfora, nome che già evoca tavole imbandite, caraffe di vino e risate.
Un’osteria vera, senza fronzoli, dove ci aspettano i sapori della tradizione veneta: bigoli al ragù d’anatra, baccalà mantecato, sarde in saor, polenta morbida, magari una “figassa” finale e un bicchiere di Raboso o di Serprino.

Seduti a tavola, con i muscoli stanchi e il cuore pieno, ripassiamo la giornata come un film. I chilometri, il temporale, la fuga verso il portico, i paesaggi silenziosi, l’ingresso faticoso in città. Tutto ha avuto un senso. E ora, con un cucchiaio di tiramisù in mano, possiamo dirlo: è stata un’altra splendida tappa di questa Vacanzella.

Domani ci aspetta un nuovo orizzonte.
Ma per stasera, brindiamo alla strada fatta e alla bellezza della lentezza.

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Di Paco Pignone

Sono un cicloesploratore per scelta di vita: un po’ meccanico, un po’ narratore, un po’ testardo. Vado in bicicletta per spostarmi, ma anche per restare. Per ascoltare il mondo da vicino, per scomporlo in tappe, per capirlo pedalata dopo pedalata. Scappo dall’ovvio, devio dalle rotte turistiche, mi infilo tra le crepe dell’asfalto dove si nascondono storie dimenticate, resistenze quotidiane, bellezze che non si vedono a motore acceso.

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