Il terzo giorno di Vacanzella si apre con quella voglia buona che solo i viaggi lenti sanno regalare: quella di scoprire, di esplorare, di meravigliarsi ancora. Dopo una colazione decente (che, dopo anni di viaggi, è già un lusso) carichiamo le bici e lasciamo il Lido di Jesolo alle nostre spalle. Lasciamo anche il rumore  e ci dirigiamo verso la parte più selvaggia e segreta della laguna.

image_editor_output_image1480675455-17540656628207249374821663295024 Vacanzella – Giorno 3: Verso Treviso tra fenicotteri e meraviglie d’acqua dolce

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Qui, dove l’asfalto cede il passo allo sterrato e il paesaggio si apre in tutta la sua verità, non si arriva in macchina: solo a piedi o in bicicletta, lentamente, con rispetto. È una zona fragile e preziosa, dove colonie di fenicotteri si muovono lente tra le acque basse e i canneti, con quel passo elegante e quel rosa sbiadito che sembra dipinto a mano. Osservarli nel silenzio assoluto, con il solo rumore delle ruote sul brecciolino e del vento tra le frasche, è una delle cose che ti ricorda perché fai cicloturismo. Per essere lì, nel posto giusto, al momento giusto, senza disturbare, solo a contemplare.

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Proseguiamo verso l’interno, verso il fiume Sile, che ci accoglie con un paesaggio completamente diverso rispetto all’Adige dei giorni scorsi. Qui l’acqua si fa intima, ombrosa, e il verde la avvolge come in un abbraccio. Il Sile non si impone, si insinua nel paesaggio, si confonde con esso, in un gioco continuo di riflessi e trasparenze.

A differenza dell’Adige, grande e possente, il Sile è più segreto, più poetico. Ogni ansa del fiume ci regala una sorpresa: un ponticello in legno, una casa nascosta tra gli alberi, un gruppo di anatre che ci osserva senza paura. Ogni angolo merita una sosta, una foto, un respiro più profondo.

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Pedaliamo in un paesaggio che cambia di continuo: da visioni fluviali a campanili che spuntano all’improvviso, da piccoli borghi affacciati sull’acqua a tratti di campagna silenziosa, dove il tempo sembra essersi fermato. E quando arriviamo al porticciolo di Casier, lo stupore ci coglie di nuovo: barche ormeggiate, la chiesa affacciata sul fiume, le vecchie ghiacciaie restaurate, e un’atmosfera da dipinto impressionista. È un luogo che invita alla sosta, alla contemplazione, magari con un panino, un frutto, e la voglia di restare ancora un po’.

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Poco dopo, con il sole che inizia a calare e le gambe che cominciano a farsi sentire, raggiungiamo la periferia di Treviso, nostra meta per la giornata. La città ci accoglie con discrezione: non è un ingresso trionfale, ma il giusto approdo dopo una giornata piena di natura, immagini, emozioni.

Abbiamo lasciato il mare, attraversato la laguna nascosta, seguito un fiume gentile. E domani, forse, ci aspetterà un nuovo orizzonte. Ma per ora, è tempo di riposo, di cena sotto un pergolato, e magari di un brindisi con un buon Raboso.
Perché ogni giorno in bicicletta, quando è vissuto così, merita di essere celebrato.

Di Paco Pignone

Sono un cicloesploratore per scelta di vita: un po’ meccanico, un po’ narratore, un po’ testardo. Vado in bicicletta per spostarmi, ma anche per restare. Per ascoltare il mondo da vicino, per scomporlo in tappe, per capirlo pedalata dopo pedalata. Scappo dall’ovvio, devio dalle rotte turistiche, mi infilo tra le crepe dell’asfalto dove si nascondono storie dimenticate, resistenze quotidiane, bellezze che non si vedono a motore acceso.

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