È iniziata così la nostra avventura saltellando tra un binario e l’ altro, tra ascensori e scale, tra un treno e l’ altro fino a raggiungere Rovigo e qui finalmente iniziamo a pedalare . Il tempo di un caffè e di un po’ di vento in faccia, ed eccoci pronti: le ruote scorrono leggere sull’asfalto e sulle strade che ci portano fuori città. È strano pensare che poche ore fa eravamo ancora immersi nel traffico e nei rumori di Roma, mentre ora sentiamo già addosso quella libertà leggera che solo la bicicletta sa dare.


Attraversiamo i primi campi del Polesine, verdi e placidi, punteggiati da casolari silenziosi e argini erbosi. Qui il ritmo lo detta il paesaggio: lento, ciclico, naturale. Ci fermiamo a sistemare qualche dettaglio ai bagagli: una cinghia allentata, un borsello da raddrizzare, una sella da alzare di mezzo centimetro. E già questi piccoli gesti meccanici diventano parte della ritualità del viaggio, quasi come dire al corpo “ci siamo, adesso si va davvero”.

Ora si va.
A colpi di pedale,
con la testa leggera e il cuore aperto.


I piccoli centri abitati che attraversiamo sono silenziosi e placidi, quasi sospesi nel tempo. Mardimago ci accoglie con le sue case basse e qualche anziano seduto all’ombra a guardarci passare con un cenno curioso. San Martino di Venezze ci appare come un dipinto rurale: strade dritte, campanili che svettano, cortili pieni di orti e biciclette appoggiate ai muri. A Beverara sembra che il tempo si sia fermato; il caldo vibra sulle strade e tutto è immobile, tranne noi che continuiamo a pedalare piano, respirando a pieni polmoni.







Poi arriva Pettorazza Grimani, e lì incrociamo l’Adige. È un incontro importante, quasi solenne. Il fiume è largo, maestoso eppure tranquillo, e ci costringe a rallentare ancora di più, a sintonizzarci con il suo ritmo. Lasciamo la provinciale — finalmente! — per seguire il suo corso sinuoso, un’ansa dopo l’altra. La strada diventa poesia: la bicicletta scivola morbida sull’argine, il paesaggio si allarga in tutte le direzioni, tra campi coltivati e aironi che si alzano in volo appena ci avviciniamo. È uno di quei momenti in cui non serve parlare: basta il respiro, il rumore delle ruote, e la bellezza di essere esattamente dove vogliamo essere.





Arriviamo a Cavarzere giusto in tempo per una merenda. La piazza è sorprendentemente viva: un bar con i tavolini all’aperto, bambini che giocano, il suono delle campane del tardo pomeriggio. Con Roberto condivido un panino mentre Lalla va in cerca di un gelato e ci sediamo a osservare la vita che scorre. Anche questo è parte del viaggio: fermarsi, assaporare, assorbire il luogo in cui ci si trova.






Da qui in poi, il paesaggio comincerà a cambiare. L’Adige ci guiderà ancora per un po’, ma già sentiamo l’aria farsi più salmastra, più densa di umidità: il mare non è lontano. Ma non abbiamo fretta. Deviamo per seguire il corso del canale Gorzone, lasciandoci alle spalle l’Adige e le sue anse d’acqua dolce. Il paesaggio cambia ancora: le coltivazioni si diradano, l’orizzonte si apre e l’aria diventa più umida, più salmastra. Si sente. La luce si fa calda, obliqua, e ci accompagna con morbidezza verso la fine della giornata. Chioggia non è lontana


Le ruote girano ormai da ore, ma le gambe tengono bene, forse per merito dell’aria di mare che comincia a farsi sentire e ci spinge dolcemente, come una carezza. Sappiamo che siamo vicini alla laguna quando cominciamo a sentire l’odore del sale e delle alghe, e i primi riflessi arancioni del tramonto si specchiano nei canali. Ed eccola, all’improvviso, Chioggia. Ci appare tra le ultime curve del percorso, e l’emozione è quella che si prova quando si incontra una vecchia amica.





Siamo stanchi, sudati, impolverati, ma sorridiamo come bambini al primo giorno di vacanza. La luce dorata che inonda la laguna rende tutto magico. Ci fermiamo, lasciamo le bici appoggiate al parapetto e ci godiamo il momento in silenzio.
Siamo arrivati. La notte ci accoglierà a Chioggia. Ma il viaggio continua.

